Sono stato di recente coinvolto in un comitato regionale per la semplificazione della normativa edilizia (Tavolo di Coordinamento Tecnico per le Politiche sul Governo del Territorio), presenti i rappresentanti delle associazioni, dei professionisti e degli enti locali della Regione.
Sperando di non divulgare segreti di stato sintetizzo le cose che mi hanno colpito della prima riunione:
- L’introduzione della SCIA, almeno in edilizia, non ha portato ad alcun cambiamento reale. La Regione si è premurata di fare una circolare per evidenziare in punti critici della nuova normativa, i comuni, in molti casi, non hanno nemmeno fatto la modulistica, i professionisti si sono guardati bene dall’assumersi responsabilità eccessive. Morale: alcune SCIA sono state presentate, ma più che altro per sbaglio.
- Da un’indagine svolta dalla regione, emerge che nella maggioranza casi le DIA controllate non risultano, per molteplici motivi, regolari. Questo non per la presenza di una classe di professionisti formata da incompetenti o da “furbetti”, ma per la complessità della normativa stessa (incertezza nella documentazione da presentare ecc.) e per la necessità di continui adeguamenti alle esigenze della committenza.
- D’altra parte la complessità delle normative appare inattaccabile, la sovrapposizione di normative nazionali generali e specifiche (ad es. antisismica) con discipline regionali di dettaglio rende complesso anche la realizzazione di cose all’apparenza semplici. Veniva ad esempio fatto notare che, a stretto rigore, la messa in opera di una struttura temporanea per più di 90 gg. dovrebbe essere supportata da un idoneo titolo edilizio. Per fortuna siamo in Italia e a nessuno viene in mente, ameno fino ad ora, di chiedere una DIA “per il tendone delle sagre”.
Peraltro nessuno contestava la necessità delle leggi e degli obblighi che da queste derivano, ma tutti (amministrazioni, professionisti ecc.) si lamentavano della fatica e dell’incertezza che avvolgevano il proprio lavoro. Si lotta contro un mostro tentacolare (la complessità) non voluto da nessuno, ma contro cui si poco si può fare.
Queste considerazioni mi hanno confermato nelle opinioni che avevo espresso in un precedente post, circa la complessità dei processi di semplificazione, ma mi hanno anche posto una domanda più radicale: perché facciamo così fatica, in Italia, a pensare che sia possibile semplificare la burocrazia?
Io credo che molto derivi dalla tendenza a considerare le norme come una cosa “intoccabile” e non come il frutto di scelte contingenti. Le norme servono per risolvere i problemi, ma i problemi cambiano nel tempo, alcuni scompaiono o perdono importanza, altri prendono il loro posto.
La semplificazione parte da un aggiornamento dell’insieme dei problemi da risolvere e dall’individuazione di priorità o di criticità emergenti. Naturalmente non è facile “eliminare” o “ridurre” un problema, ma occorre percepire che è necessario, perché altrimenti l’accumulo dei problemi rende ingestibile e comunque troppo onerosa la complessità.