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Bolkestein: la rivoluzione dei servizi e i ritardi strutturali

Non è detto che le innovazioni più radicali siano quelle che hanno maggiore visibilità e impatto mediatico, spesso ci sono fenomeni e leggi che cambiano le cose in maniera radicale, ma di cui si percepiscono solo gli effetti, senza identificarne le cause.

E’ il caso della Bolkestein, la direttiva europea dei servizi di cui ho già parlato in un precedente post. La norma è del 2006, ma in questi anni ovviamente, in Italia, nessuno se ne è occupato, poi alla vigilia della sua entrata in vigore (gennaio 2010), c’è stato tutto un rincorrersi di bozze di normative a livello italiano e regionale.

Si trattava, ovviamente, di normative “tampone”, quel tanto che basta per adempiere ai requisiti della nuova normativa, modificando il meno possibile le norme e le consuetudini vigenti. Pochi si sono invece posti il problema di capire quali opportunità offrisse la direttiva servizi, per aggiornare le normative di settore alle nuove esigenze dei consumatori e delle imprese. Si noti che stiamo parlando di un settore, quello dei servizi che rappresenta oltre il 60% del PIL italiano.

Così oggi abbiamo una normativa che è formalmente allineata all’Europa, ma che, nella realtà, deve ancora metabolizzare la nuova direttiva e quindi sarà sicuramente oggetto nei prossimi mesi, soprattutto a livello regionale a nuovi interventi.

Qualche esempio? Il commercio su aree pubbliche (gli ambulanti), ma il ragionamento si potrebbe estendere anche alle concessioni del demanio (i “bagnini”). Con la nuova normativa non è più possibile assegnare un posteggio “a vita” agli operatori, occorre individuare nuovi criteri oltre alla “presenza storica”. Considerando lo stato di molti mercati, dequalificati dalla presenza di operatori in sub affitto che vendono merci di scarso valore e qualità,  potrebbe anche essere un’occasione pensare una nuova normativa volta alla riqualificazione del settore. Naturalmente c’è il problema degli operatori che hanno “comprato” la licenza, e che vedono oggi sostanzialmente sfumare questo valore e per cui occorre pensare dei “percorsi” transitori.

Nella legge di recepimento la questione è brillantemente risolta rimandando il problema, bloccando le attuali autorizzazioni almeno al 2015, poi si vedrà.

Naturalmente si può discutere della direttiva Bolkestein e della sua applicazione e applicabilità alla situazione italiana, quello che però si fa fatica a capire e che far finta di niente, cercare di minimizzare, di spostare il problema è il modo migliore per vanificare l’utilità del provvedimento.

Il caso proposto evidenzia due aspetti caratteristici, purtroppo, della società italiana e che costituiscono uno dei ritardi “strutturali” più significativi:

-          Non considerare la variabile “tempo”. Cioè non capire che, per molte decisioni, la velocità di realizzazione costituisce una parte delle probabilità di successo della decisione stessa.

-          Pensare che le norme sovra ordinate, o le decisioni prese da altri, siano solo una minaccia, da neutralizzare e non nascondano delle opportunità per affrontare dei problemi realmente esistenti, e che quindi il problema sia fare in modo che, pur cambiando tutto formalmente, le cose rimangano sostanzialmente come prima. (Abbiamo anche coniato un termine apposito “Gattopardesco” per descrivere il fenomeno.)

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4 commenti

  1. Occam scrive:

    Mi sembra di capire che per il commercio su aree pubbliche il limite fissato per la scadenza del “sistema” attualmente in vigore NON sia valido solo fino al 2015, cosa che invece, vale per le concessioni balneari. Per il commercio su aree pubbliche è stata data la possibilità alle regioni, titolari della materia commercio, di legiferare saltando l’obbligo di messa al bando della concessione. Questo su richiesta della FIVA. Naturalmente lo scope di tal deroga è dovuta al fatto che OGGETTIVAMENTE non si può adottare una norma che di fatto avrebbe messo sul lastrico 200000 e passa aziende, per lo più a conduzione familiare…non basta la disoccupazione odierna in Italia?
    Il principio liberalizzante delle direttiva però è stato recepito in pieno: il settore è stato aperto alle spa e coop che avranno gli stessi obblighi delle imprese familiari. Ed è questo fattore che, secondo alcuni potrebbe migliorare qualitativamente i mercati. Io non sono d’accordo, le grandi società entreranno nei mercati di una certa fama non certo in quelli popolari..

  2. marco leoni scrive:

    Quello che volevo mettere in evidenza nel post era la difficoltà e la lentezza con cui in Italia si affrontano i problemi.
    E’ vero che non è possibile rivoluzionare dall’oggi al domani un sistema che ha comportato investimenti da parte di operatori, ma è vero anche che sono già passati 4 anni dall’approvazione della direttiva europea e in questo periodo “noi” siamo stati in grado solo di pensare ad un meccanismo di proroga che non risolve il problema, ma lo sposta nel tempo lasciando nel frattempo nell’incertezza il sistema. Chi, oggi, può comprare o vendere una licenza di ambulante, una concessione su suolo pubblico, istituire un nuovo mercato o anche solo fare un bando per nuovi posteggi?
    Quale danno economico comporta questo ritardo?
    Non era possibile approvare, in questi 4 anni, una riforma che provasse a risolvere qualcuno dei problemi del commercio su aree pubbliche riconoscendo magari una “buona uscita” agli operatori che dovessero lasciare il posto?
    La cosa più grave è che questo problema non riguarda solo la nostra regione o questo settore, ma che il discorso può essere esteso a molti campi.

  3. mik scrive:

    Comunque è assurdo che il sistema delle liberalizzazione colpisca solo gli ambulanti…!
    COmunque il tuo ragionamento incontra molti problemi di base, ad esempio le licenze non appartengono solo agli ambulanti (anche taxi , attività commerciali ecc. il principio è che la licenza non si potrebbe vendere…).
    Il reale problema è che ogni paese ha le sue peculiarità, il commercio ambulante non esiste come in Italia (parzialmente in Francia e in Spagna) nella cultura tedesca ad esempio ci sono mercatini stagionali tipo piazza Navona, qui effettivamente hai un permesso ogni 10 anni, ma sono fenomeni stagionali. Se un ambulante perde la licenza, che lavoro fa ? Tu mi parli di buon’uscita…più o meno una cassaintegrazione ? E se l’ambulante di turno sa che perderà la licenza perchè mai dovrebbe investire ?
    Credo che il problema è proprio di fondo, Bolkestein non aveva pensato agli ambulanti italiani, ma i mercatini stagionali del nord europa . Fenomeni molto diversi. Solidarietà piena agli ambulanti. Aspettiamo le liberalizzazioni per i professionisti (avvocati, notai ecc. ).

  4. marco leoni scrive:

    Concordo su molte cose che dici, in particolare sul diverso ruolo del commercio ambulante in altri paesi europei, e anche sulla difficoltà di fare un ragionamento complessivo, ma mi sembra che questo ragionamento, anche se difficile, sia oggi necessario e rimandarlo non contribuisca alla risoluzione dei problemi.
    Perchè è necessario?
    Non solo perchè la normativa europea ed italiana sta cambiando profondamente e ormai sono stati liberalizzati anche altri settori (pubblici esercizi) e l’accesso a molte attività o professioni (agenti), ma soprattutto perchè sta cambiando il mercato ed il mondo in cui viviamo.
    Ad esempio che senso ha regolamentare in numero di nuove autorizzazioni in un mercato stazionario o addirittura in regresso?

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