Nelle produzioni alimentari l’attenzione è ormai sempre più concentrata sulla sicurezza alimentare. Le notizie su scandali si rincorrono tra i mass media e i grandi retailers nazionali ed europei pretendono dai propri fornitori garanzie di sicurezza e salubrità sui prodotti a marchio della catena distributiva.
Ma quanti consumatori conoscono questi standard? Quasi nessuno, se non gli addetti ai lavori. Questi infatti sono “strumenti” che regolano esclusivamente i rapporti contrattuali tra chi produce e chi acquista per distribuire.
Come funzionano questi strumenti? Normalmente gli standard prevedono l’esistenza di un protocollo (insieme dei requisiti da applicare) e di un ente terzo indipendente, accreditato dal comitato dei retailers, che ne verifica l’applicazione presso il fornitore e rilascia un certificato, di solito a validità annuale. L’ottenimento del certificato da parte dei fornitori di alimenti non comporta però nessuna pubblicizzazione della certificazione ottenuta, né sul prodotto né tanto meno presso i punti vendita dei propri retailers. In realtà il “certificato” è esclusivamente un “pass” di qualifica per poter essere fornitore di prodotti a marchio per le catene distributive che “si riconoscono” in quello standard.
In particolare i retailers europei sono spesso uniti in comitati per far rispettare ai propri fornitori questi standard.
L’ultimo nato in tema di standard di sicurezza è l’FSSC 22000 (The Foundation for Food Safety Certification), uno standard sviluppato da una confederazione europea di aziende alimentari (CIAA -Confederation of the Food and Drink Industries of the European Union).
In particolare questo standard è costituito, nella sua parte tecnica dalla norma ISO 22000, standard internazionale, e dal PAS 220, emesso dal BSI, oltre a requisiti aggiuntivi definiti direttamente dal comitato di FSSC. La ISO 22000, stabilisce i principi base da applicare per la progettazione di un sistema di autocontrollo igienico sanitario nelle aziende di produzione alimentare e non solo. Il PAS 220 definisce i requisiti tecnici di produzione; è patrocinato da 4 tra le maggiori multinazionali presenti nelle produzioni alimentari : Kraft, Danone, Unilever e Nestlé (a questi poi si sono aggiunti nel comitato tecnico anche rappresentanti di altri gruppi Mc Donalds, Food and Drink Federation, gruppo di lavoro ISO 22000 ecc)
Se vi siete già persi nelle sigle non temete: in realtà ce ne sono tante altre create tutte per lo stesso scopo, ma da soggetti diversi.
Nell’area anglosassone è stato sviluppato già dal 1998 lo standard BRC, che definisce una serie di requisiti da rispettare su varie aree: la progettazione del sistema igienico sanitario (procedure aziendali), i requisiti strutturali dei locali di produzione, le regole comportamentali del personale che vi lavora, i controlli sul prodotto ecc.. I principali retailers e gruppi commerciali che riconoscono e promuovono questo standard verso i propri fornitori sono numerosi e quasi tutti appartenenti all’area in cui è nato.
A poca distanza di tempo, nel 2003, è arrivato anche lo standard IFS sviluppato e supportato invece dai retailers dell’area franco – tedesca. I requisiti tecnici richiesti da questo standard sono al 99,9% sovrapponibili a quelli richiesti dallo standard BRC.
Tutti gli standard citati sono riconosciuti da parte del GFSI (Global Food Safety Initiative), un’iniziativa alla quale partecipano quaranta Paesi di Europa, Nord America e Australia, il cui scopo principale è quello di rafforzare e promuovere appunto la sicurezza alimentare lungo tutta la catena di fornitura. GFSI ha elaborato e redatto i criteri chiave che deve possedere uno standard per poter essere approvato e di conseguenza, per poter godere del mutuo riconoscimento da parte di tutti i Paesi aderenti.
La domanda come direbbe qualcuno sorge spontanea: ma se tutti hanno a cuore la sicurezza e la salute del consumatore perché non si riesce a dare origine a un unico standard che possa essere “sposato” da tutti i retailers e da tutti i fornitori?
Le motivazioni, che forse esulano un po’ dall’attenzione alla sicurezza alimentare da garantire al consumatore, sono da ricercarsi nella complessità dei sistemi che si generano intorno a tali strumenti e che riguardano in larga parte l’ente che emette lo standard.
Secondo molti fornitori, che sono i principali soggetti “pressati” da tali richieste, sicuramente sono molti gli interessi degli enti che promuovono gli standard e che:
- gestiscono l’emissione del protocollo e le relative revisioni periodiche (chi vuole applicarlo deve acquistarlo);
- accreditano gli enti di controllo terzi indipendenti, che ne devono controllare l’applicazione
- formano e accreditano i valutatori degli enti di controllo (corsi a pagamento)
- creano piattaforme informative (portali, sito internet, pubblicazioni ecc.) dove si comunica lo standard e le iniziative correlate.
Forse allora a questo punto potrebbe essere interessante valorizzare questi standard anche agli occhi dei consumatori che per il momento ne ignorano l’esistenza.
